L’aria nella camera ardente era densa del profumo dei gigli e dei singhiozzi soffocati dei dolenti, un silenzio pesante che premeva sulle file dei partecipanti al funerale. Al centro della stanza giaceva una bara bianca immacolata, lucidata a specchio, simbolo della definitività di una vita spezzata prematuramente. La quiete non fu interrotta da una preghiera o da un elogio funebre, ma dal tonfo ritmico e pesante di tacchi sul pavimento moquettato. Una donna in un vivace abito arancione, il volto una maschera di frenetica determinazione, marciò verso l’altare. Prima che chiunque potesse intervenire, sollevò un’ascia spaccalegna pesante sopra la testa.
Il primo colpo atterrò con uno scricchiolio nauseante, scheggiando la superficie laccata del coperchio. Un sussulto d’orrore percorse la stanza mentre gli ospiti si alzavano dai loro posti, gelati in un misto di shock e indignazione. La donna non si fermò, il fiato che usciva in rantoli irregolari mentre colpiva ancora e ancora, gridando che lui non se n’era andato, che lo stavano seppellendo vivo. Per gli spettatori, era un crollo psicotico alimentato dal dolore, una dissacrazione del momento più sacro del commiato.

Il legno gemette sotto l’assalto ripetuto, frammenti bianchi che volavano come grandine sul tappeto di velluto. «Guardate i monitor!» urlò, sebbene non ci fossero macchine nella stanza a sostenere la sua affermazione. Proprio mentre il direttore delle pompe funebri si faceva avanti per fermarla, il suono dell’ascia passò da un colpo secco a un tonfo sordo. Il coperchio aveva finalmente ceduto, una fessura frastagliata serpeggiava lungo il centro della bara. La donna lasciò cadere l’ascia, le mani tremanti mentre afferrava il bordo scheggiato, gli occhi spalancati per una speranza terrificante che sfidava ogni legge della natura.
Nella stanza scese un silenzio di tomba quando un nuovo suono emerse dall’interno della cassa: un rumore umido, di qualcosa che grattava, che fece rizzare i peli sulla nuca a tutti i presenti. Dall’interno oscuro del rivestimento in seta bianca, una mano sbucò improvvisamente attraverso la nuova crepa. Non era la mano di un uomo vivo salvato da una sepoltura prematura; era un arto avvizzito e cinereo, la pelle tesa contro l’osso come pergamena marcia. Le dita grigie si contrassero attorno al legno rotto con una forza impossibile, le unghie frastagliate e macchiate.
Un urlo collettivo squarciò la camera ardente quando la folla realizzò la verità. Non era un miracolo di sopravvivenza. La mano strinse il coperchio e, con uno strattone violento, il legno rimanente andò completamente in frantumi. La figura all’interno si mise seduta di colpo, i suoi movimenti a scatti e innaturali, gli occhi lattiginosi fissi nel vuoto. La donna nell’abito arancione indietreggiò, il suo trionfo che si trasformava istantaneamente in una paura primordiale e paralizzante. Lo aveva rivoluto indietro, ma la cosa che uscì dalla bara era un’eco vuota dell’uomo che amava, un involucro per una fame che non apparteneva al mondo dei vivi.

Il panico esplose mentre i presenti si accalcavano verso le uscite, le sedie che si ribaltavano nella corsa folle verso la salvezza. Il direttore delle pompe funebri fuggì, lasciando la donna sola con la sua creazione. La creatura girò la testa verso di lei, i cardini asciutti della mascella che si aprivano con uno scatto. In quel momento di silenzio assoluto, lei capì che certi silenzi sono destinati a rimanere inviolati. Mentre la mano grigia si allungava verso la sua gola, non urlò; chiuse semplicemente gli occhi, comprendendo infine che sebbene l’amore possa smuovere le montagne, non può — e non deve — colmare il baratro tra la tomba e il sole.